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Facendo propria l’intuizione di Labrousse secondo cui la storia delle mentalità può essere concepita come storia delle “resistenze al cambiamento”, l’autore del presente studio si china sulla società ticinese di inizio Ottocento per osservarla e analizzarla dal punto di vista giuridico, anziché politico, come già fatto da altri studiosi. All’epoca, le innovazioni giuridiche e legislative ispirate e influenzate dalle vicine Francia e Italia generarono disordini interni ascrivibili al confronto per la rivendicazione e l’affermazione della sovranità, dell’amministrazione della giustizia e del monopolio della violenza. A livello giuridico, la definizione dei reati di rivolta contro lo Stato subì un’evoluzione con pene più o meno severe, in un contesto in cui inizialmente furono i giudici a mitigare una legge che spesso prevedeva la pena di morte. Queste dinamiche, fatte di spinte e controspinte e continui aggiustamenti da parte dei legislatori, portarono nel corso degli anni a un avvicinamento del sistema giuridico a un modello compiutamente moderno. Lo studio si concentra sugli stampati ufficiali e su documenti personali dell’epoca: verbali parlamentari, atti giuridici e governativi emessi dalle autorità, comunicazioni di tribunali, forze di polizia, corporazioni mercantili, comunità locali e lettere di politici. Tali fonti hanno permesso di ricostruire le modalità di resistenza attiva e passiva sia delle élite che delle classi popolari ai cambiamenti imposti dalla modernità e, in particolare, da quella che l’autore definisce qui “modernità francese”.